Ciotti, mister Blues
Se le note fossero parole, per raccontare Roberto Ciotti ci vorrebbe un’enciclopedia. Ma la fortuna di chi ti parla con una chitarra è proprio questa, spesso basta una nota. Roberto Ciotti si racconta da quarant’anni con note rapite all’incrocio maledetto del blues, trovato sulle rive d’un fiume molto lontano dal Mississippi, ma simile per tanti versi, per tanti tormenti soprattutto per quella generazione cresciuta al crepuscolo del ’68. Il Tevere ingobbito in una curva che divide Trastevere e Testaccio, è la sua crossroad. E lì che ha cominciato a seguire la sua «linea melodica», approdata in un nuovo album, Troubles and dreams, 13 pezzi, di cui uno eccezionalmente in italiano Stanotte Roma. «L’ultimo inedito è di otto anni fa, nel frattempo ho lavorato su un libro e Cd, ma continuavo a scrivere, così credo di aver ottenuto un buon prodotto anche a livello di testi. Se hai tempo cambi, perfezioni. In questo album ho cercato di tornare alle origini, ho usato anche la vecchia Gibson 335, la Martin acustica, una delle chitarre che suono di più. E ho alternato blues, suoni più moderni e ballate, tutto quello che avevo dentro».Ma è su un punto che batte più forte: «Ho registrato a 192 hz per consentire un ascolto più fedele». Rischiamo di scivolare su argomenti troppo tecnici, soprattutto in un momento in cui basta apparire in un reality… «Sono – dice – fenomeno del momento. I discografici con la crisi che si vive si accontentano di un’immagine su cui investire. Non li considero fenomeni musicali, ma televisivi». Ciotti ha diviso il palco con una serie di personaggi da brivido. Da giovanissimo addirittura suonò in America con Ginger Baker, il mitico batterista dei Cream. Per molti sarebbe motivo di rimpianto. Per lui no: «Se una cosa deve succedere, succede. Io forse ero ancora troppo legato alle radici, all’Italia». Eric Clapton dice che è difficile suonare blues prima dei quarant’anni. «Prima puoi trasmettere l’esuberanza giovanile, poi c’è lo sviluppo personale. I miei modelli? Tanti e di fronte a loro mi inchino, ma non fanno parte di questo momento storico. Apprezzo molto le sonorità afroamericane, c’è tanto da ascoltare. Io cerco comunque di seguire la mia linea melodica, la mia testa». E il pubblico, per uno che vive molto di concerti, che cos’è: «È il mio mondo. E non mi fa sentire solo». -leggo-
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